We live in public

“Internet è la nuova esperienza cui l’umanità sta andando incontro. All’inizio ne saremo tutti entusiasti ma le profonde conseguenze che apporterà alla condizione umana si vedranno solo dopo, quando un giorno ci sveglieremo e ci renderemo conto che siamo tutti schiavi”.

Caustico e profetico, Josh Harris prevedeva così la nostra era del web onnipresente. A lui e ai suoi progetti artistico – sociologici è dedicato il documentario We live in public, diretto dalla regista americana Ondi Timoner e presentato a gennaio al Sundance Film Festival 2009 (dove si è aggiudicato il premio della giuria per la sezione Documentari), e da pochi giorni al Festival del cinema di Londra.

Siamo alla fine degli anni ’90, gli anni in cui la Rete comincia a mostrarsi all’orizzonte come una nuova alba dell’umanità, quando l’artista americano si lancia in un esperimento a metà tra l’arte e l’indagine antropologica.

Harris è un visionario, “il più grande pioniere di internet”, dice di lui la Timoner. Nel 1993 fonda Pseudo.com, una tv network online che nel giro di pochi anni lo fa prima arrivare alla ricchezza, per poi trascinarlo alla bancarotta durante l’esplosione della bolla dot.com. Ma a portarlo alla fama sono per lo più i suoi esperimenti artistici in cui con lungimiranza sbalorditiva analizza gli effetti che i nuovi media e le nuove tecnologie hanno sui comportamenti umani.

Quiet: We Live in Public fu il suo primo progetto d’avanguardia voyeuristica pre-Big Brother: 100 artisti piazzati in un bunker sotto la città di New York, con 110 telecamere a riprendere ogni loro singolo movimento 24 ore su 24.

Qualche anno dopo, l’artista decide di ripetere l’esperimento. Questa volta l’occhio delle telecamere è puntato nel suo loft di New York su di lui e sulla sua ragazza. L’assoluta esposizione pubblica della sua vita personale ha degli effetti devastanti e non previsti: la vita di coppia va a rotoli e le sue finanze precipitano fino al fallimento (grottesca la scena in cui gli viene comunicato per telefono dalla sua banca lo stato disastroso del suo conto, proprio mentre lui è seduto sul wc).

Il documentario della Timoner ha il pregio di non arrischiarsi in giudizi, mostrando senza filtri l’ascesa e la caduta di quest’artista eccentrico ed esibizionista che, prima venerato come un genio avanguardista e profeta, diventa poi un introverso, incapace di comunicare socialmente (ironia) anche quando riceve la notizia che la madre sta morendo di cancro: l’unica cosa che riesce a fare è mandarle un messaggio di addio via video.

Tanto tempo fa tigri e leoni erano i re della giungla e un giorno si sono ritrovati in gabbia dentro uno zoo. Ecco, ho il sospetto che anche noi ci stiamo immettendo su binari simili”, chiosa Harris. Che abbia ragione? È la parabola a cui è destinato l’homo digitalis?

Read the article on Wired.it

This entry was published on November 4, 2009 at 11:35 pm. It’s filed under Arts, Blogosphere, Cinema, Internet, Italian, Politics, Video and tagged , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: