La mappa interattiva dei blogger che si vorrebbe zittire

Mentre leggete questo articolo, nel mondo, ci sono 191 blogger di cui abbiamo notizia che sono stati minacciati, arrestati, fatti sparire o uccisi per aver osato alzare la voce contro la prepotenza del potere, per aver raccontato scomode verità, o semplicemente per aver lasciato che la propria opinione circolasse liberamente nella Rete.

Yoani Sanchez, Abdel Monem Mahmoud, He Weihua sono solo alcuni della lista e i cui nomi, tristemente, tendono spesso a finire nel dimenticatoio, così come le loro battaglie.

Ma se l’occhio del potere è sempre vigile, lo è anche Threatened Voices. ‘Voci sotto Minaccia’ è la nuova pagina web lanciata da pochi giorni e nata come costola di Global Voices. Si tratta di una mappa globale interattiva, in costante aggiornamento, con luoghi, nomi e storie dei blogger, internauti e giornalisti di tutto il mondo che dal 2000 a oggi hanno subito o stanno tutt’ora subendo intimidazioni, attraverso i mezzi ‘soft’ della censura online, quando non con gli strumenti violenti della repressione fisica.

Far conoscere, diffondere le loro storie per creare un network mondiale anticensura che agisca attivamente nella battaglia per la libertà di espressione e per la libera circolazione dell’informazione. Questo è lo scopo di Threatened Voices, che invita gli internauti di tutti gli angoli del mondo a interagire con il progetto, segnalando casi di sopruso di cui sono a conoscenza.

Al primo posto nella top ten dei Paesi che esercitano la più bieca censura 2.0 c’è la Cina, con 34 blogger al momento sotto minaccia. Seguono l’Egitto e l’Iran.

Ma se sono soprattutto i Paesi a regime autoritario a temere la pericolosità e la straordinaria forza destabilizzante che lo strumento internet rappresenta per la propria esistenza, i tentativi di mettere a tacere voci scomode del web non mancano neanche nei Paesi democratici.

È il caso di Elisha Strom, ad esempio, una 34enne blogger americana sbattuta in una cella della Virginia per tre settimane per aver accusato dalle pagine del suo blog un capo della polizia di abuso di potere. Oppure il caso più recente di Elliott Madison che lo scorso 24 settembre, durante l’ultimo G20 di Pittsburgh, è stato arrestato dall’FBI con l’accusa di aver usato Twitter per organizzare le proteste.

Global Voices è nato nel dicembre del 2004 dopo un incontro internazionale di blogger organizzato dal Berkman Center for Internet and Society, il gruppo accademico di ricerca sul rapporto tra internet e società dell’università di Harvard. E sebbene la sua sede formale sia ancora Harvard, l’aggregatore di notizie dal basso e di report tratte dalle maggiori organizzazioni internazionali è il risultato del lavoro virtuale cooperativo di volontari provenienti da ogni continente e decine di Paesi.

Read the article on Wired.it

This entry was published on November 20, 2009 at 10:48 pm. It’s filed under Activism, Blogosphere, Civil rights, Internet, Italian, Journalism, Politics, Society, Tech world and tagged , , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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