Le quattro volte

“Abbiamo in noi quattro vite successive – sosteneva Pitagora – incastrate l’una dentro l’altra. Dunque dobbiamo conoscerci quattro volte”. E il percorso di conoscenza si traduce in un viaggio poetico dell’anima attraverso le quatto dimensioni che ci sono proprie: umana, animale, vegetale, minerale. Un viaggio intimo e suggestivo quello che Michelangelo Frammartino racconta nel suo ultimo film Le quattro volte, presentato a Cannes lo scorso maggio dove si è aggiudicato un premio nella categoria Europa Cinema.

Esistenzialista e animista, come è stato giustamente definito, Le quattro volte è un film straordinariamente introspettivo, che arriva allo spettatore con una forza dirompente. Frammartino attinge alla filosofia di Pitagora, il filosofo vissuto a Crotone nel VI secolo aC, e alla sua dottrina della metempsicosi, come punto di partenza per scandagliare la connessione che esiste tra l’uomo e il suo ambiente, sullo sfondo di un paesaggio senza tempo dove tradizioni e credenze arcaiche rendono ancora più esplicita la fusione tra natura, animali, oggetti e uomini.

Incontriamo il regista a Londra in occasione della presentazione del film alla 54sima edizione del London Film Festival dove il film ha ricevuto un’accoglienza entusiasta sia da parte del pubblico che della stampa internazionale, fino ad essere incoronato dallo Spectator come una delle due perle di tutto il Festival (l’altra sarebbe il film danese A Family).

Frammartino è nato e cresciuto a Milano ma le sue origini affondano in Calabria, la regione che fa da cornice a questo, così come al suo primo film Il Dono. Che cosa di preciso i suoi film raccontino della Calabria è uno degli aspetti più dibattuti della sua opera, e forse uno dei motivi per cui l’uscita del film nelle sale calabresi non ha avuto l’accoglienza straordinaria ricevuta invece al nord e all’estero.

“La Calabria ha un ruolo importantissimo nella mia vita. Sono nato e cresciuto a Milano, mi sono formato a Milano, però sono calabrese. Non puoi farci niente, te ne accorgi da quando sei piccolo, se sei il più permaloso e cocciuto di tutti, sai qual è il motivo” ammette con compiacimento divertito.

“Ma nonostante abbia un legame fortissimo con questa terra, non ho la pretesa di raccontarla. Utilizzo spazi, luoghi, corpi del territorio ma senza l’ambizione di denunciarne qualcosa. I miei sono senza dubbio degli atti d’amore verso questa terra, i miei film sono interamente girati in Calabria, ma poi come la Calabria ne vien fuori da questi racconti lo decidono gli spettatori”.

Un linguaggio personalissimo e innovativo il suo, che punta tutto sull’immagine, escludendo il dialogo e introducendolo in rare scene soltanto come un rumore di fondo.

“L’essere calabrese penso mi abbia influenzato tantissimo sulla scelta del linguaggio. Mi si potrebbe obiettare che non racconto la Calabria perché non parlo di mafia e di altri temi importantissimi. E’ vero, non lo faccio e non so se lo farò mai. Dentro i miei film però c’è una dimensione di linguaggio, di durata, di mito che è propria della mia terra. La mia ossessione per l’idea di ribaltamento della dimensione del dentro e del fuori ad esempio sono convinto che derivi dal mio essere calabrese. Sin da piccolo ho imparato che se Milano aveva una dimensione di separazione del dentro e del fuori, del pubblico e del privato molto netta, in Calabria questo non esisteva. Vedevo le persone che si portavano le sedia in strada, il pastore che entrava in casa con la capra per mungerla, le porte di casa sempre aperte. Ecco, questa fusione per me è artisticamente molto interessante”.

Prossimi lavori in vista? Un progetto d’animazione e poi via con la prossima pellicola che sarà girata – neanche a dirlo – in Calabria.

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This entry was published on March 20, 2011 at 6:11 pm. It’s filed under Arts, Cinema, Italian, People and tagged , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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