Quante Rosarno ancora? Viaggio nella Terra delle Arance Insanguinate

street signs riddled with bullets

Street signs riddled with bullets

Per arrivare al centro di Rosarno percorro in macchina strade di campagna semi dissestate. Tutto attorno solo campi sterminati di agrumeti, qualche vecchio casolare, cartelloni stradali bucherellati dai proiettili.

Era il 7 gennaio 2010. In mezzo a questi campi qualcuno spara diversi colpi con un’arma ad aria compressa su tre braccianti africani. Tra gli immigrati si sparge la voce che tra loro ci siano dei morti e feriti. La notizia si rivelerà falsa, ma tanto basta a innescare la scintilla. Segue una rivolta feroce, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. Armati di spranghe e bastoni, i braccianti africani marciano verso il centro di Rosarno distruggendo tutto quello che incontrano per strada: cassonetti della spazzatura, vetrine dei negozi, automobili. Gruppi di rosarnesi, a loro volta, si organizzano in ronde e danno il via a una vera e proprio caccia al nero. Gli scontri sono violentissimi, alla fine si contano piu’ di 50 feriti.

Migrants in Rosarno

Migrants in Rosarno

Ad uscirne piu’ malconci però dalla guerriglia di Rosarno sono soprattutto le istituzioni italiane, locali e nazionali, che per anni hanno fatto finta di non vedere – se non contribuito ad alimentare – una realta’ inaccettabile per qualunque paese che si definisca civile. Gli episodi della cittadina calabrese spiattellano improvvisamente davanti ai media internazionali un sistema di schiavismo, intimidazione e razzismo che va avanti da piu’ di un ventennio. In quei giorni l’Italia e il mondo intero possono vedere con i propri occhi le condizioni di estremo degrado in cui questo esercito di nuovi schiavi e’ costretto a vivere: accampati in casolari dismessi, baracche, ex depositi diroccati, spesso senza neanche il tetto, senza elettricità, in mezzo al fango e ai topi. Venticinque euro per 12 ore di lavoro nei campi, di cui 5 vanno alla ‘ndrangheta. E guai a chi osa ribellarsi.

All’indomani della rivolta, l’opinione pubblica e’ esterefatta, gli intelluttuali indignati, le istituzioni pronte ad intervenire alacremente. Fiumi di parole sono sgorgati, promesse altisonanti, fondi elargiti. A piu’ di un anno da quella triste pagina di storia, che cosa è cambiato nel sud Italia?

Lo scorso maggio, l’associazione Rete Radici – un insieme di organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei migranti – ha pubblicato i risultati di un monitoraggio compiuto nella zona intorno a Rosarno, tra l’autunno e l’inverno 2010-2011.

Caporalato, lavoro nero, grave emergenza abitativa, pessime condizioni igienico-sanitarie persistono – secondo il rapporto – ma e’ uno scenario che non riguarda soltanto Rosarno e zone limitrofe, piuttosto l’intero sud Italia.

“Lo sfruttamento dei migranti e’ una delle caratteristiche del modello mediterraneo di agricoltura. Quella di Rosarno e’ solo uno dei nodi della rete, una delle tappe obbligate dell’esercito dei nuovi schiavi. In Calabria, Sicilia, Campania, Basilicata e Puglia, i migranti vivono la stessa condizione. La stragrande maggioranza proviene dall’Africa subsahariana, in fuga da guerre e persecuzioni, hanno subito estorsioni e arresti illegali in Libia prima di sbarcare in Italia. Sono arrivati tra il 2007 e il 2009, prima che i controversi accordi con il regime di Gheddafi chiudessero la via del deserto con la pratica illegale dei respingimenti di massa. Richiedono protezione internazionale, tutela e accoglienza che sono sistematicamente elusi dal governo italiano e vivono in un limbo dal quale e’ difficile uscire, fatto di clandestinita’ e discriminazione. Per questo lavorano nelle campagne, schiavi di un sistema che li rende invisibili e ricattabili. Prigionieri dei paradossi della legge Bossi-Fini, del Pacchetto sicurezza e piu’ in generale delle trasversali politiche repressive in tema di immigrazione”.

Per questo motivo Rete Radici ha deciso di far diventare il caso Rosarno una questione nazionale, lanciando una vertenza meridionale. Dal 4 al 6 maggio il movimento ha marciato a Roma insieme a 500 africani provenienti da tutte le regioni del sud d’Italia, per rivendicare il diritto al soggiorno dei migranti sulla base di un triplice criterio: lo sfruttamento che subiscono nelle campagne del sud, la condizione di vulnerabilità data dalla situazione nei paesi di provenienza, l’inespellibilità di fatto di parecchi migranti.

“Dall’incontro col governo è emersa la volontà politica di valutare la possibilità di procedere al riesame caso per caso da parte delle commissioni territoriali per i rifugiati competenti, per un bacino di migranti stimato in duemila, tutti entrati in italia tra il 2007 e il 2009. Dunque un’apertura alle nostre richieste. Questo potrebbe voler dire che verranno riconosciuti duemila permessi di soggiorno per motivi umanitari, ma non c’è nulla di certo”, ci dice Alessio Magro di Rete Radici. “Ci sara’ un incontro tra il Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, le commissioni, le prefetture e le questure delle citta’ coinvolte nello sfruttamento dei migranti. Ovviamente siamo molto soddisfatti e continueremo a portare avanti la vertenza fino al risultato”.


African migrants
Degrado, Mafia e Solidarieta’

A più di un anno di distanza dagli episodi, basta tornare in questi luoghi per rendersi conto che le cause che hanno innescato le rivolte sono rimaste immutate, più vive che mai. Razzismo e sfruttamento del lavoro nero non bastano a spiegare una realta’ complessa come quella del sud Italia, dove la negazione dei diritti umani e civili si intreccia con un groviglio di problemi atavici: arretratezza sociale e sottosviluppo economico, controllo del territorio da parte dei clan criminali, indifferenza se non connivenza delle istituzioni locali, disinteresse del governo italiano.

All’indomani degli scontri, gli alloggi diroccati sono stati chiusi, i migranti trasferiti nei centri di accoglienza in Puglia e Campania e diverse promesse sono state pronunciate dal ministro dell’Interno Roberto Maroni circa la realizzazione di nuovi alloggi per i migranti, progetti sociali e posti di lavoro per la gente locale. Come sempre tanta retorica. E basta.

Cosa e’ cambiato a Rosarno da quel 7 geennaio 2010? Poco o niente. Anzi, a sentire la gente del luogo la situazione è addirittura peggiorata. Le baraccopoli dove migranti si rifugiavano sono state abbatute e adesso gli africani non hanno più nemmeno un tetto dove ripararsi. La produzione di arance e mandarini e’ calata drasticamente e di conseguenza anche la richesta di manopodera.  Inoltre in zona gira molta più polizia, il che costringe i migranti a una crescente clandestinità.

Lo scorso febbraio, Elisabetta Tripodi, il sindaco di Rosarno – eletto da pochi mesi dopo due anni di commisariamento del Comune per infiltrazioni mafiose – ha inaugurato un centro provvisorio d’accoglienza, in attesa che venga costruito un centro permanente, per il quale il Ministero dell’Interno ha stanziato 1miliardo e 800mila euro. 200 posti letto da destinare agli immigrati ma solo quelli con il permesso di soggiorno. Il risultato e’ che la stragrande maggioranza dei migranti irregolari continua a nascondersi nelle campagne, accampata come puo’, ovunque trovi rifugio.

Prima degli incidenti del 2010 gli immigrati nella Piana erano circa 2.500, ora una stima non ufficiale ne conta 500 – 700 massimo. Ma oggi in paese se ne vedono pochi. Nella piazza del duomo incontro Moussa. Ha 27 anni, e da due e’ fuggito dalla Costa d’Avorio sbarcando sulle spiagge di Lampedusa, sfidando il mare su un barcone stipato con centinaia di uomini, donne e ragazzi come lui.

Quel 7 gennaio Moussa se lo ricorda bene ma non ha molta voglia di parlarne. Ha timore. Da queste parti puo’ bastare uno sguardo a scatenare una reazione di violenza, tacere e’ la mossa piu’ saggia. Perche’ vive ancora a Rosarno dopo quello che e’ successo? Forse le cose sono cambiate rispetto a un anno fa? No, per niente. Tira fuori dalla tasca un documento semi sbiadito. E’ il suo permesso di soggiorno, “scaduto”, mi dice. Ha paura di essere fermato dalla polizia e rispedito in Africa. A Rosarno adesso non c’e’ lavoro, i suoi amici sono andati a Napoli o a Foggia a raccogliere i pomodori, lui e’ rimasto qui. Se non altro Rosarno ormai la conosce bene, sa dove nascondersi e come evitare la polizia. E il lavoro? Non c’e’. Un giorno a settimana va a lavorare nei campi, solo potatura e aratura della terra. Ma gli basta per vivere? Senza dire niente, apre la busta che ha in mano, mi mostra di cosa consiste la sua spesa: un pacco di riso, una melanzana.

Moussa e’ disponibile a farmi vedere dove abita, una vecchia casa del centro che condivide con altri cinque africani. Ma non faccio in tempo.

African migrant in Rosarno

Da una decina di minuti due ragazzi ci scrutano da dentro una macchina che gira ripetutamente intorno alla piazza. Fermano la vettura d’un tratto. Escono fuori, si avvicinano con passo deciso. Moussa sgattoiola via con la sua bicicletta vecchia. Sono poco piu’ che adolescenti, aria spavalda, jeans firmati. Salutano educatamente. Sono solo venuti a controllare che il “nero” non mi stia creando problemi. Un linguaggio eufemistico che, per chi ha familiarita’ con i codici verbali di questa terra, non e’ difficile tradurre come un suggerimento a farsi gli affari propri.

“Con questa gente e’ meglio non parlare”. Taglia netto uno di loro. “Sono animali, devono andarsene tutti se non vogliono fare la fine dell’anno scorso”. Si riferiscono ai fatti del 7 gennaio? “Si, ne hanno prese di botte quel giorno. A me hanno fatto male le braccia per tre giorni per tutte i colpi che ho dato”. Perche’ ce l’hanno con loro? “Perche’ creano solo problemi, pisciano per strada, non si integrano”. Come fanno ad integrarsi se vivono accampati nelle baracche, lavorano in nero per pochi euro e la gente del luogo non li vuole? “Noi non siamo razzisti. Qui il lavoro non c’e’ per nessuno. Questa e’ una citta’ morta. Non c’e’ un centro di ritrovo, non ci sono cinema, non ci sono negozi, l’oratorio chiude alle 6 del pomeriggio e per i giovani non c’e’ niente da fare”. Nel frattempo altri tre ragazzi si sono uniti alla discussione. Loro non pensano che gli africani siano animali. Ma sono troppi, la citta’ non li puo’ accogliere perche’ non ci sono alloggi e non c’e’ lavoro.

Piu’ la nostra chiacchierata va avanti, piu’ ho l’impressione che questi ventenni dall’aria spocchiosa da aspiranti mafiosi altro non sono che vittime di una dinamica molto piu’ complessa e drammatica di quanto possa sembrare a prima vista. Imprigionati in una realta’ che non hanno scelto ma da cui spesso non riescono a svincolarsi, per ignoranza, per mancanza di opportunita’, per senso di appartenenza.

Uno di loro ha alle spalle un anno e mezzo di carcere, e attualmente e’ sotto sorveglianza. Aveva aperto un autolavaggio. E’ stato arrestato con l’accusa di essere prestanome alla cosca. “Ho ventanni, mi hanno rovinato la vita”, dice. L’altro di anni ne ha diciotto. Ce l’ha con gli africani anche perche’, dopo quello che e’ successo l’anno scorso, Rosarno e’ stata presa di mira. Soltanto pochi giorni prima – racconta – hanno arrestato uno zio, dopo avergli sequestrato  un’azienda edile, due macchine, quattro case, una gioielleria, una colonnina di benzina, una sala giochi, una squadra di calcio. “E per cosa? ‘Ndrangheta dicono. Tutte balle. La ‘Ndrangheta qui non c’è”.

I beni sequestrati dai carabinieri l’11 aprile 2011 ammontano a 190 milioni di euro e secondo gli investigatori sono da ricondurre alla cosca della ‘Ndrangheta Pesce. Tra Calabria, Lombardia, Campania e Roma  sono state sequestrate 40 imprese, con tutto il patrimonio aziendale, operanti principalmente nel settore dei trasporti, in quello agrumicolo e nel commercio. A queste vanno aggiunte 44 abitazioni, 4 ville, 12 autorimesse, due aree di servizio di Rosarno, un complesso sportivo, oltre a 60 terreni, 56 autoveicoli e 108 autocarri.

Eppure, a Don Pino Varrà, parroco di Rosarno, la reputazione che la sua citta’ si e’ fatta nel mondo come coarcevo di razzisti e criminali non va proprio giu’. Don Pino si ricorda ancora il primo africano sbarcato a Rosarno, si chiamava Ali, veniva dalla Tunisia. Era la meta’ degli anni ’80, e da li a poco il flusso di migranti proveniente dal centro e nord Africa si sarebbe moltiplicato esponenzialmente.

“Rosarno e’ sempre stata terra di accoglienza, sin dagli anni ’40 quando si e’ conquistata il nome di ‘piccola America’. E’ vero, non c’e’ mai stata una reale integrazione pero’ neanche razzismo. Quello che e’ successo un anno fa va inserito nel quadro economico della zona. Vent’anni fa c’era un economia piu’ florida, il mercato delle arance rendeva molto, c’era lavoro per tutti. Gli immigrati del nord Africa prendevano in affitto le case del paese, poi hanno cominiciato ad essere troppi e al quel punto si sono rifugiati dove hanno potuto. Nelle campagne, nelle baracche, ovunque hanno potuto. Per ventanni le due parrocchie e moltissimi cittadini rosarnesi hanno dato da mangiare a questa gente, hanno distribuito vestiti e coperte, hanno aiutato come potevano. Abbiamo sempre lavorato nel silenzio, e tutt’ora continuiamo a farlo.

“Dopo gli incidenti dell’anno scorso e’ facile accusare Rosarno di essere razzista. Ma la verita’ e’ che noi siamo stati completamente abbandonati. Dov’erano le istituzioni negli ultimi vent’anni?”.

Cosa succede a Rosarno? on Internazionale

This entry was published on June 5, 2011 at 2:02 pm. It’s filed under Activism, Civil rights, Italian, Migration, Politics and tagged , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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