Nella Rete del ragno

The Facebook Program. Da quando la CIA lo ha lanciato, nel 2004, è diventato lo strumento di sorveglianza più sofisticato e più efficace mai avuto a disposizione. In poco tempo ha scalzato via tutti gli altri programmi di spionaggio e reperimento dei dati. Ha ridotto drasticamente le spese dell’Agenzia d’Intelligence e fatto risparmiare milioni di dollari al governo statunitense. “Dopo anni passati a monitorare, spiare e schedare informazioni riservate di milioni di cittadini – ha detto il vice direttore della CIA – i servizi segreti americani hanno finalmente escogitato questo metodo rivoluzionario per creare un gigantesco database, senza sprecare tempo. E tutto a costo zero”. Una trovata geniale insomma, che è valsa un riconoscimento speciale all’agente Mark Zuckerberg – ideatore e coordinatore del programma – insignito, qualche settimana fa, di una medaglia al merito nei quartieri generali della Cia.

Avete abboccato? Certo che no. Ovvio che sia una palla. Ben confezionata però, e fatta girare in rete come una chicca dal sito americano The Onion, il giornale satirico-demenziale che non se ne fa scappare una. A finire sotto la scure in questo caso è Julian Assange, che in un’intervista recente l’aveva sparata grossa. “Facebook è la più potente macchina di sorveglianza che sia mai stata creata”, avevo detto. Non che il social network sia controllato dal governo Usa, specifica, ma di certo quest’ultimo esercita delle pressioni politiche e giuridiche su tutti i colossi come Google, Facebook e Yahoo, che avrebbero creato delle interfacce apposite per le intelligence americane, facilitandone l’accesso ai milioni di profili.

Facebook replica all’istante: “Noi non passiamo informazioni sui nostri utenti alle autorità governative, se non quando siamo costretti per legge”. Sarà vero? Complottista o meno, quella di Assange non suona poi come una teoria così stralunata.

Prendete la Stasi o il Kgb. Che cosa avrebbero dato in cambio? Un pozzo inestimabile di informazioni di oltre 700 milioni di persone in tutto il mondo (17 milioni soltanto in Italia) con nomi e cognomi, impiego, preferenze sessuali, musicali, orientamento religioso e politico, famiglia, amicizie, rapporti interpersonali, abitudini, indirizzi email e numeri di telefono di amici e parenti, centinaia di foto, esatta localizzazione, stato aggiornato di quello che stanno facendo. Praticamente una manna caduta dal cielo per le agenzie di marketing, materiale pregiatissimo per forze di polizia e servizi segreti di mezzo mondo, sogno postmoderno per le dittature di ieri, più reale che mai per quelle di oggi.

Forse lo spifferatore di cabli tanto torto non ce l’ha. E del resto le sue esternazioni non sono poi tanto diverse da quello che Evegeny Morozov va affermando a gran voce da un po’ di tempo. Nel suo ultimo libro The Net Delusion: How Not to Liberate the World, lo studioso e giornalista bielorusso spiega con argomentazioni semplici quanto acute come Facebook e la Rete in generale offrano ai regimi autoritari degli strumenti formidabili di sorveglianza e manipolazione. Una risposta sagace e provocatoria ai cyber-utopisti, quelli per cui Internet – comunque vada – condurrà ineluttabilmente alla libertà e alla pace nel mondo.

Un esempio eclatante ed attuale sono le rivolte arabe. Le Facebook revolution, si è detto. E certamente nessuno mette in dubbio il ruolo cruciale dei social network nell’alimentare i focolai, nella mobilitazione e organizzazione delle proteste, ma forse troppo si sottovaluta il loro lato oscuro. Quello che spesso si tralascia è il fatto che sia i governi dei paese democratici che i regimi dittatoriali – sostiene Morozov –  hanno ormai piena padronanza dello strumento, hanno introdotto Facebook e Twitter nell’arsenale tecnologico, e sono abilissimi a piegarli ai loro scopi come mezzi di monitoraggio dei dissidenti, propaganda, censura o depoliticizzazione (passare le ore a piantare ortaggi su Farmville vi sembra forse attivismo virtuale?).

In Siria, “Facebook ormai rappresenta un enorme database nelle mani del governo” ha detto Ahed al-Hindi, attivista siriano che nel 2006 è stato arrestato in un Internet cafe di Damasco, poi rilasciato e fuggito negli Stati Uniti dove fa parte del movimento CyberDissidents.org. Lui continua a credere nell’attivismo virtuale, “ma cyber ribelli devono essere sempre più consapevoli di parlare ai loro amici così come ai loro oppressori”. Il rischio, altrimenti, è che quello stesso internet – osannato come portatore sano di democrazia ­–  assuma sempre più le sembianze di uno “spinternet”: la ragnatela invisibile che le autorità stanno tessendo sul web per incastrare gli insetti ribelli.

Read the article on Players

This entry was published on July 1, 2011 at 2:32 pm. It’s filed under Activism, Civil rights, Internet, Italian, Tech world and tagged , , , , , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: