Diario di un massacro

Una donna che reagisce alla propria gravidanza come a una tragica fatalità. Un figlio che coltiva un disprezzo cinico ed efferato verso sua madre. Odio e rigetto che sfociano in sociopatia criminale.

We need to talk about Kevin – l’adattamento di Lynne Ramsay dal romanzo bestseller di Lionel Shriver – non è un film sulla depressione post-natale, nè su un adolescente disturbato che commette un massacro stile Columbine.
Crudo, sottile e inquietante, il film della regista britannica è una sorta di tragedia anti-edipica che sviscera il piu’ impronunciabile dei tabu’ sociali scandagliando dal di dentro, dagli anfratti piu’ bui e reconditi della mente umana.

Eva (una superba Tilda Swinton) era una donna felice e un’affermata scrittrice di viaggio prima di trasformarsi in un’ombra di se stessa, tormentata da un lacerante senso di colpa e dal giudizio ostile e perentorio della società: suo figlio adolescente Kevin (interpretato da un azzecatissimo e promettente Ezra Miller e da altri due bravi e giovanissimi attori nelle varie fasi della crescita) è in carcere per aver commesso un crimine atroce. L’intera narrazione si snoda lungo il percorso di formazione di una mente criminale. Ma se poi Kevin sia la causa o l’effetto del suo essere diabolico sta allo spettatore deciderlo.

La potenza drammatica del plot è intensificata da una sceneggiatura brillante, misurata, asciutta, mai superflua. Sono soprattutto i vuoti a dare voce ai sentimenti piu’ viscerali. Il detto e il non-detto si combinano in una sincronia geniale tra battute e silenzi, parallellismi subdoli tra oggetti e azioni: l’uso del colore rosso che istintivamante ci fa pensare al sangue (dalla scena iniziale con Eva, presumibilmente in un festival popolare spagnolo, fradicia di succo di pomodoro, a quella ricorrente delle pareti imbrattate di vernice rossa), i primi piani sull’arco, le frecce, i lucchetti. Tutti questi particolari disegnano una trama grafica che rimanda con sottiglienza alle azioni criminali di Kevin e che a noi – fortunatamente – vengono risparmiate.

È in questo minuzioso gioco di analogie visive che sta l’intensità psicologica del film, che percio’ non ha bisogno di giocarsi la facile carta dello splatter. La violenza si intravede soltanto con subliminalità delicata. Eppure arriva dritta e affililatissima come una lama. Kevin è senza dubbio un pezzo notevole di cinema viscerale, non si puo’ fare a meno di pensarci e difficilamente non si sentirà il bisogno di parlarne.

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This entry was published on November 5, 2011 at 4:08 pm. It’s filed under Arts, Cinema, Italian and tagged , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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