Turchia: L’Arte di sfidare i tabù nazionalisti

In Turchia quello dell’identità nazionale rimane ancora uno dei più infrangibili dei tabù. Inviolabilità dell’identità turca: è il concetto che per decenni ha portato alla rimozione delle atrocità compiute sul popolo armeno nonchè alla negazione e repressione della minoranza più grande del paese, quella dei curdi. Eppure c’è chi contro il miope nazionalismo e il lungo silenzio imposto sulle comunità etniche ha da tempo intrapreso una strenua battaglia. Protagonisti della lotta sono soprattutto artisti, scrittori, cineasti e accademici che attraverso il linguaggio dell’arte e della cultura provano a raccontare una storia diversa. Lontana dalla narrativa nazionalista ufficiale.

Open Archive: L’arte delle minoranze. “Il genocidio degli Armeni è uno dei temi che mi sta più a cuore”. Mi dice Tayfun Serttas mentre sorseggia il suo tè in un tranquillo caffé di Beyoglu nel cuore europeo di Istanbul. Classe 1982, Tayfun è un artista e scrittore turco. Del tema delle minoranze e dell’eredità culturale che queste hanno lasciato al paese, Tayfun ne ha fatto il letimotiv del suo lavoro. E l’audacia con cui lo fa e con cui ne parla è di un candore disarmante. Audacia perché siamo in Turchia e, da queste parti, le probabilità di essere  trascinati in tribunale, tacciati comi ‘terroristi’ o incriminati per ‘insulto all’identità turca’ per un’affermazione simile sono molto elevate.

Denigrare l’identità dello Stato in Turchia è un reato secondo l’articolo 301 del codice penale: articolo controverso che da anni viene usato per tacitare chiunque osi affrontare apertamene la questione delle minoranze o anche solo criticare il governo di Recep Tayyip Erdogan. Nonostante sia stato giudicato in violazione dell’articolo 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, e nonostante sia stato solo formalmene modificato nel 2008, l’articolo 301 è ancora in vigore. E sotto la sua mannaia sono finiti divesi scrittori, giornalisti, studenti, cittadini e varie personalità di spicco, tra cui il premio Nobel Orhan Pamuk.

Ma a Tayfun dei rischi che corre importa poco. “Volevo sapere chi fossero gli artisti appartenenti alle minoranze etniche del paese. Di loro non si sa nulla, non esiste traccia nelle enciclopedie, né nei musei” mi racconta mentre mi porta a visitare la redazione di Aras Yayınclık: la casa editrice armena (l’ultima rimasta in tutto il paese) che ha pubblicato il frutto dei suoi due anni di ricerca e di scavo negli archivi. Foto Galatasaray è una meravigliosa raccolta di 1000 fotografie di sole donne scattate durante oltre 50anni  dalla fotografa armena Maryam Sahinyan. “Il concetto stesso di archivio è un tabù per le autorità del mio paese” spiega Tayfun. Perché ficcare il naso negli archivi significa portare alla luce una storia che per decenni questo paese ha volutamente demestificato e rimosso.

Eppure, secondo l’artista, la volontà di superare questa miopia storica c’è. “I miei amici e la mia famiglia spesso mi dicono che quel che faccio è rischioso” ammette Tayfun. “Non lo so, non mi importa. Sono convinto che le nuove generazioni siano più consapevoli e più aperte al dialogo. Il fuoco della rivoluzione culturale si è acceso. Ne sono sicuro”.

Un film per dire quello che non abbiamo mai detto. Non altrettanto ottimista è Çiğdem Mater. “Quello del nazionalismo rimane ancora un scoglio insormontabile. E la Turchia un paese conservatore”, osserva caustica Mater nell’afa di un pomeriggio estivo nel quartiere di Elmadağ. Lei è una delle più note attiviste del paese (nonostante rifiuti di definirsi tale: “sono solo una filmmaker” mi corregge). Editorialista di Bianet, pattaforma news indipendente, conduce un programma radiofonico su Acik Radyo sui diritti delle donne, e conta oltre 19mila followers su Twitter.

Çiğdem Mater, regista ed editorialista di Bianet

Ma Çiğdem Mater è soprattutto una regista, appunto, e co-produttrice di Cinema Platform:  una casa di produzione cinematografica Turco-Armena, dove il linguaggio del cinema viene usato per “dire cose che non abbiamo potuto dire per decenni, e per aiutarci a conoscerci l’un l’altro”. Da quando è stata fondata nel 2008, Cinema Platform sostiene il lavoro di giovani registi impegnati a facilitare un dialogo di riconcoliazione tra le due comunità.

“Si è vero, le cose sono un po’ cambiate rispetto a pochi anni fa. Le nuove generazioni scendono in piazza a protestare. Ma la verità è che Piazza Taksim è l’unico luogo di Istanbul dove la gente va a manifestare. È come a Hyde park, a tutti è concesso avere un angolo” chiosa ironica la regista. E aggiunge: “Un movimento di coscienza c’è stato, ed è nato con i funerali di Hrant Dink” (il giornalista e direttore del settimanale in lingua armena Agos fu ucciso nel 2007 da un nazionalista turco in seguito a una lunga campagna di odio contro di lui per via di un articolo dedicato al genocidio della suo popolo). Eppure, aggiunge Çiğdem “questo non significa che le oltre 100mila persone che al tempo hanno marciato ai funerali, oggi siano a pronte a riconoscere il genocidio degli armeni o l’identità dei curdi. È stato solo un lavarsi la coscienza”.  

L’arte per trascendere le barriere d’identità. Le ferite del passato sono dunque ancora vive e i vecchi tabù restano ancora tabù. Ma sarà mai possibile incoraggiare un dialogo tra le comunità? “È quello che noi cerchiamo di fare raccontando la vita e le difficoltà che le donne di tutte le comunità affrontano in questo paese. Violenza sulle donne e questione curda sono per noi temi all’ordine del giorno” mi racconta Ayca Gunadin. Poco più che ventenne, Ayca insieme a Burcu Tokat ed Esra Asan, fa parte del gruppo di donne che ruota intorno a Kültür ve Siyasette Feminist Yaklasimlar (Feminist Approaches in Culture and Politics),una rivista accademica che usa l’arma della cultura e della letteratura per aprire una breccia nel muro di silenzio che per decenni ha circondato questi temi.

Ayca Gunadin e Burcu Tokat, redattrici della rivista letteraria Kültür ve Siyasette Feminist Yaklasimlar

“Gli artisti possono avventurarsi in luoghi che ai politici sono preclusi”. Mi disse lo scorso marzo in un pomeriggio londinese la scrittrice Elif Shafak. Anche lei ‘colpevole’ di aver offeso l’identità nazionale del suo paese per una frase contenuta nel suo sesto romanzo, La bastarda di Istanbul.  “L’arte e la letteratura hanno il potere di andare oltre le barriere culturali e identitarie. Perché soltanto l’arte riesce a creare connessioni tra gli esseri umani. Laddove le politiche di identità creano solo divisioni”.

This entry was published on August 25, 2012 at 1:33 pm. It’s filed under Activism, Arts, Civil rights, Italian, Migration, Politics, Society, Uncategorized and tagged , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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