L’accoglienza Americana

sopranos

E’ il 29 Aprile. Sbarco all’aereoporto di Newark alle 13,30.
La coda per i controlli di frontiera e’ lunghissima. Dopo un’estenuante attesa di quasi un’ora, arriva finalmente il mio turno. Porgo il passaporto in mano all’omaccione bruno di mezza eta’ che siede dietro allo sportello. Sguardo severo, lo scruta in silenzio. Senza neanche guardarmi in faccia, mi chiede con piglio autoritario di poggiare il pollice sul lettore per le impronte digitali. Eseguo. E’ andata, penso. Mi sono risparmiata l’interrogatorio di cui ero stata avvisata. Stanca. Non vedo l’ora di recuperare la valigia dal nastro e uscire di corsa dall’aereoporto. Ma non faccio in tempo a tirare un sospiro di sollievo. Gli occhi neri e le sopraccigia a cespuglio mi stanno puntando. “Qual e’ il motivo della tua visita negli Stati Uniti?” Chiede secco. “Come mai per cosi’ tanto tempo? Sei sicura di avere abbastanza soldi per coprire i tre mesi di soggiorno? Hai intenzione di cercare lavoro? Dove starai?” Ho un cenno di nervosismo. Farfuglio risposte piu’ o meno vere. E mentre frugo nella borsa per tirare fuori il foglietto con l’indirizzo dei miei ospiti in New Jersey, mi accorgo che il maschione bruno ha sollevato il braccio per ridarmi il passaporto. L’espressione accigliata si e’ misteriosamente trasformata in un sorriso ammiccante. “Welcome to America, paesan!”

This entry was published on April 30, 2013 at 12:38 am. It’s filed under Uncategorized and tagged , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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